Coltivare la cultura dell’incontro e della pace con i giovani
Tavola rotonda — Università Pontificia Salesiana, 16 marzo 2026
Lunedì 16 marzo 2026, nella Sala Juan Vecchi dell’Università Pontificia Salesiana di Roma, si è tenuta la tavola rotonda Coltivare la cultura dell’incontro e della pace con i giovani, promossa dalla Facoltà di Teologia. I lavori sono stati aperti dal saluto introduttivo del Decano, Prof. Sahayadas Fernando, che ha dato il tono all'incontro sottolineando la centralità del tema per la missione della Facoltà. La moderazione è stata affidata al Prof. Renato De Moraes, professore di Teologia morale all'UPS, che ha saputo guidare il dialogo tra i relatori con rigore e sensibilità, favorendo una conversazione autentica e intellettualmente stimolante. Tre voci diverse - teologica, digitale, pastorale - si sono intrecciate attorno a una domanda comune: è ancora possibile costruire la pace e, se sì, come lo si fa con i giovani, non soltanto per loro?
Prof.ssa Filomena Sacco, docente invitata di Teologia morale all’UPS e associata all’Accademia Alfonsiana, ha aperto il proprio intervento con una domanda volutamente scomoda: quando è stata l’ultima volta che abbiamo guardato davvero in faccia una persona che soffriva, senza voltare la testa? Da questa soglia ha sviluppato una proposta di ampio respiro: sostituire il vecchio paradigma del si vis pacem, para bellum con un nuovo imperativo - si vis pacem, para curam. Se vuoi la pace, prepara la cura.
Non si tratta di ingenuità sentimentale, ha chiarito la professoressa, ma di una necessità ontologica: l’essere umano è costitutivamente vulnerabile, interdipendente, e ignorare questa fragilità, nell’altro e in sé stessi, è la vera radice della guerra. Richiamando la filosofa Luigina Mortari, Sacco ha delineato quattro strutture dell’agire con cura: sentirsi responsabili per l’altro, agire con generosità disinteressata, rispettare la sacra alterità della persona, e - sorprendentemente - il coraggio della parresìa, la forza di chi denuncia l’ingiustizia senza cedere al conformismo bellicista. Una cura che non è debolezza, ma «coraggio leonino».
Prof. Fabio Bolzetta, presidente dell’Associazione WebCattolici Italiani, ha portato la riflessione sul terreno più quotidiano e al tempo stesso più inedito della generazione attuale: il digitale. Un giovane su tre non possiede competenze digitali di base, eppure questa generazione è nata immersa nella cultura delle reti. Il paradosso è evidente: si naviga, ha detto Bolzetta, senza saper nuotare. E gli adulti, ha aggiunto con lucidità autocritica, sono spesso un pessimo esempio.
Il digitale funziona come specchio e come finestra: riflette e amplifica ciò che già siamo, per questo le «bolle» algoritmiche rischiano di chiuderci tra chi la pensa come noi, svuotando la pace di quella dimensione di incontro con l’altro che la rende autentica. La sfida educativa, ha sottolineato Bolzetta, passa per un patto intergenerazionale: non si possono lasciare soli i giovani davanti a uno schermo, così come non ha senso consegnare il primo smartphone alla prima comunione senza alcuna formazione all’uso. «Non c’è pace senza relazione», ha concluso, «e nei social media i contenuti di pace sono ancora troppo pochi».
Don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale CEI per i problemi sociali e il lavoro, ha ricordato una verità scomoda: la guerra non è un incidente della storia, è sempre organizzata, pensata, preparata. Si educa alla guerra. È facile trascinare un popolo in conflitto, bastano il nazionalismo e la paura. Più difficile, e più urgente, è educare alla pace strutturandola come frutto di scelte consapevoli e durevoli.
Distinguendo nettamente conflitto e guerra, il primo appartiene alla vita umana, la seconda è il conflitto degenerato in violenza, Bignami ha richiamato Papa Francesco: il conflitto va abitato per trasformarlo attraverso la relazione. Le comunità cristiane non sono esenti da logiche che alimentano fondamentalismi; le religioni possono essere «assoldate» dalla guerra. Per questo occorre mettere in campo forze educative concrete: il servizio civile, il dialogo ecumenico e interreligioso, stili di vita coerenti con la pace. Come diceva don Lorenzo Milani, la pace conosce solo armi non violente: lo sciopero, il voto, la parola libera. «La pace non la puoi improvvisare», ha detto Bignami, «la devi costruire».
Tre voci, una sola direzione. Quella che emerge dalla tavola rotonda è una convinzione condivisa: la pace è un’opera artigianale, si costruisce con le mani, nella concretezza delle relazioni, un gesto alla volta. «Presidiare i propri 25 metri quadri di umanità», secondo la suggestiva metafora di Alessandra Morelli richiamata dalla prof.ssa Sacco, significa non voltare la testa di fronte al dolore altrui, scegliere parole che rispettino la dignità, verificare una notizia prima di diffonderla, prendersi cura dello spazio relazionale, fisico o digitale, che ci è affidato.
Coltivare la cultura della cura non è una proposta intimista né una resa alla complessità del mondo. È il cambiamento di paradigma da cui possono prendere avvio processi autentici di pace: nelle aule, nelle comunità, negli schermi dei giovani, nelle pastorali locali. La Facoltà di Teologia dell’UPS rilancia questo invito: che ogni contesto educativo diventi laboratorio di pace, e ogni relazione, anche la più piccola, sia occasione per scegliere il para curam sul para bellum.
