Seminario di Studio

Uno sguardo positivo: da e verso i giovani

Lunedì 20 aprile, l’Istituto di Teologia Pastorale, in collaborazione con ENGIM, ha organizzato un pomeriggio di riflessione sulle trasformazioni, le aspettative, i sogni e il futuro dei giovani. Al centro, lo sguardo sulla condizione giovanile, da qui il titolo del pomeriggio: “Uno sguardo positivo: da e verso i giovani”. Spesso i giovani sono visti come un problema, ha affermato il decano della Facoltà di Teologia Sahayadas Fernando nella sua introduzione, la nostra riflessione vuole invece invitare ad assumere uno sguardo capace di coglierne la bellezza e la ricchezza. L’invito è quello di saper riconoscere percorsi là dove altri vedono solo muri: questo, ribadisce ancora il decano, è lo sguardo di Dio. La riflessione si è sviluppata attraverso un incrocio di sguardi diversi, come introdotto dal moderatore, il prof. Marcello Scarpa: quello biblico, quello sociologico, quello culturale e infine quello teologico-pastorale.
  22 aprile 2026

            Lo sguardo biblico è stato proposto dal prof. Guido Benzi a partire da Qoèlet 11,9-10. Un testo che restituisce un’immagine della giovinezza sorprendentemente positiva. Qoèlet mette insieme due dimensioni: quella biografica (l’adolescenza) e quella del vigore (la giovinezza), mostrando una stagione della vita segnata da energia, desiderio, possibilità, ma allo stesso tempo bisognosa di guida e formazione. Il riferimento al “giudizio” nei versetti del Qoelet vogliono essere un invito al discernimento in cui Dio si rende accompagnatore del giovane nel cammino delle scelte.

            Lo sguardo sociologico, affidato a padre Antonio Lucente e alla dott.ssa Marika Polidori, muove i suoi passi all’interno della ricerca giovanile ENGIM “Il futuro è il presente”. Si tratta di una ricerca legata al mondo del lavoro e non di una fotografia generale del mondo giovanile. “Da e verso i giovani”, il titolo del pomeriggio di riflessione, significa partire dai giovani e tornare a loro, considerandoli interlocutori reali, non destinatari passivi, capaci piuttosto di mettere in crisi i nostri modelli. Dall’indagine emergono alcuni dati esemplificativi. Anzitutto il tema dei valori: nel mondo giovanile si assiste ad un cambiamento del sistema valoriale, più dinamico e adattivo, sarebbe sbagliato affermare piuttosto un’assenza di valori. Un esempio è la comprensione del lavoro, il quale per molti giovani inizia ad assumere carattere centrale non tanto come funzionalità, ma come spazio di autorealizzazione, di espressione e di senso. Oggi è il giovane, dicono i dati dell’osservazione, che dice all’impresa: “le farò sapere”, valutando se quella proposta ha senso per la propria vita. Un altro aspetto che emerge dai dati della ricerca riguarda le relazioni che i giovani continuano a cercare. Più del 50% dialoga con un adulto, ma molti di questi non si sentono realmente ascoltati. Il problema, allora, non sono i giovani, ma piuttosto lo sguardo che gli adulti hanno su di loro. Continuiamo infatti a leggerli con categorie del passato. La vera domanda da porsi allora non è se i giovani saranno all’altezza delle sfide del futuro, ma se noi adulti saremo capaci di stare loro accanto.

            Lo sguardo culturale, che si è rifatto al mondo cinematografico, proposto dal prof. Renato Butera, ha attraversato il rapporto genitori-figli. Attraverso i film Buen Camino e Sentimental Value, siamo stati accompagnati dentro dinamiche di conflitto e fragilità dei genitori. In entrambi i casi, sono le figlie a muoversi verso il padre: uno stile che richiama Telemaco o, se vogliamo, uno stile di “Padre Prodigo” cioè di colui che torna nella casa (o nella relazione) delle figlie.

            Infine, lo sguardo teologico-pastorale, affidato al prof. Salvatore Currò, ha introdotto il tema dello sguardo “kairologico”. Si tratta di uno sguardo positivo, capace di riconoscere l’azione di Dio dentro la vita e nella storia. Dio viene ed è già venuto: per questo esiste una positività di fondo che nessuno può rubare. Il kairos è l’esperienza dell’eterno dentro il tempo, avere uno sguardo kairologico significa saper vedere oltre, intercettare segni di Dio anche dove non sono immediatamente evidenti. Significa anzitutto la necessità di lasciarsi provocare da ciò che accade fuori dai nostri schemi, anche fuori dai contesti ecclesiali. Non è, infine, uno sguardo che vuole “portare a casa”, ma uno sguardo che resta aperto: abbiamo bisogno di sguardi che non ritornano su se stessi ma che si aprono all’alterità. Diventa allora fondamentale imparare a vedere insieme: nessuno possiede tutto lo sguardo. E’ sempre più necessario mettere in dialogo punti di vista diversi, anche tra giovani e adulti. Questo significa allenarsi ad uno sguardo allargato, su e con tutti i giovani, su tutte le esperienze, senza riduzioni. Lo sguardo kairologico sulla realtà infine, ci stimola ad uno sguardo ampio e profondo, capace di vedere i processi. Uno sguardo alto, che tenga insieme il piccolo e il grande. Uno sguardo profondo, che sappia cogliere domande, attese e bisogni. Uno sguardo che parta dal “già”, dalle potenzialità presenti. Uno sguardo che dentro i problemi sappia riconoscere sfide e possibilità. Uno sguardo che sappia vedere oltre le chiusure, valorizzare, amare e riconciliare.