Il libro aperto e divorato (Ap 10,9) Bibbia: traduzione e tradizione, cultura e arte (a cura di G. Benzi; Eurilink University Press 2018)

Il titolo del volume rimanda all’ultimo libro biblico, l’Apocalisse (10,9-11) ove Giovanni, prima del settimo squillo di tromba, viene investito della missione profetica attraverso un atto simbolico: egli deve ricevere un rotolo aperto dalle mani del messaggero celeste e divorarlo. Tale immagine biblica, è sembrata eloquente per compendiare l’intento della raccolta di saggi che il volume presenta. Essi si sviluppano da una serie di seminari residenziali promossi congiuntamente dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” delle Diocesi di Rimini e San Marino-Montefeltro e dalla Fondazione Universitaria San Pellegrino di Misano Adriatico (RN), nell’anno accademico 2015-2016. Tali seminari intendevano concentrare l’attenzione sul rapporto tra il testo biblico nelle lingue originali (ebraico, aramaico e greco), le sue versioni antiche e le sue traduzioni moderne con la loro influenza sulla cultura e sulla comprensione teologico/religiosa. L’interesse per la traduzione della Bibbia, ancora e prima di essere uno specifico campo di indagine per linguisti, esegeti e antropologi, è un patrimonio comune che si è sempre accresciuto nelle varie epoche e nei vari contesti culturali e storici, dando origine a tutta una serie di riflessioni e di contesti vitali (si pensi alla Vulgata di San Girolamo, oppure alla Bibbia di Lutero con cui fu resa omogenea la lingua tedesca) che hanno avuto riverbero nell’arte, nella letteratura e nella cultura. L’interrogativo sulle traduzioni bibliche pone, inoltre, l’accento sull’originalità del testo antico, nella sua doppia accezione di testo autentico e di testo non manipolato: tale questione interessa un più largo pubblico che guarda ai testi biblici come «grande codice» dell’occidente – secondo la celebre definizione di W. Blake − e sacra fonte d’ispirazione per le loro fedi.

Il volume è diviso in due parti. La prima parte del volume dal titolo Bibbia, traduzioni e tradizione tenta di rispondere a questi quesiti attraverso percorsi ricchi di spunti riflessivi. In particolare i saggi di S. Paganini; D. Candido; G. Prato e A. Passoni Dell’Acqua ripercorrono le versioni in lingua antica (ebraico, aramaico, greco e latino) mostrando anche attraverso quali strumenti scientifici sia possibile, oggi, risalire ad un testo biblico in lingua originale e quali siano le difficoltà che si devono affrontare nel tradurre il testo biblico come testo sacro. Con i saggi di V. Bertalot e M. Pazzini vengono affrontate due specifiche questioni che si offrono al traduttore: la prima riguarda il contesto ecumenico che il testo biblico da tradurre deve non solo supporre, ma anche favorire; la seconda è quanto una tradizione interpretativa autorevole (anche quando non pienamente congrua al testo) possa influenzare una traduzione biblica. D. Arcangeli e D. Pazzini, lavorando sul prologo giovanneo (Gv 1,1-18), affrontano rispettivamente le dimensioni filologiche e retoriche del testo greco e le traduzioni ed interpretazioni fornite  al prologo nell’arco dell’esegesi patristica. Infine l’ampio saggio di G. Bellia presenta il contesto storico, culturale e teologico nel quale si rese possibile la traduzione della Bibbia in cinese da parte di padre G.M. Allegra.

Nella seconda parte del volume  dal titolo Bibbia, cultura e arte ci si impegna a delineare alcuni saggi di «storia degli effetti» o «ricezioni» della Bibbia in diverse forme culturali o artistiche. Come abbiamo appurato la traduzione della Bibbia, ancora e prima di essere uno specifico campo di indagine per specialisti, è un patrimonio comune che si è sempre accresciuto nelle varie epoche e nei vari contesti culturali e storici, dando origine a tutta una serie di riflessioni e di contesti vitali che hanno avuto riverbero nell’arte, nella letteratura e nella cultura in genere. I saggi che propongono questa lettura «culturale» del testo biblico incominciano con quelli di G. Benzi e L. Lucci che indagano rispettivamente il lirismo presente nei testi dell’Antico Testamento e l’apporto – nella costruzione dei testi stessi − delle culture circonvicine all’Israele antico. Con i saggi di D. Frioli; C. Ricasoli; A. Giovanardi; M. Panzanini entriamo piuttosto nella disanima di opere d’arte (alcune di contesto riminese) che hanno «tradotto» il testo biblico o attraverso la loro forma artistica (il caso della Bibbia Atlantica) o attraverso il loro messaggio artistico. L’ultimo saggio, assai innovativo, di R. Butera cerca di recuperare in chiave critica l’arte cinematografica, che tanto ha attinto dalla narrazione biblica, imponendo anche il suo immaginario alla trasmissione popolare del racconto.

Le due parti del volume si integrano, così, a vicenda, mostrando come da un lato il testo biblico abbia una sua «fisicità» corporea, attestata dalla parola scritta e trasmessa, che deve essere salvaguardata e rispettata, dall’altro abbia una risonanza che, a cerchi concentrici, interpella le epoche e le culture generando molteplici risonanze che da quel testo scaturiscono.

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